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Il 2019 è stato un Anno Disastroso per le Foreste

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Il campanello d’allarme suona, per l’ennesima volta, forte e chiaro: il 2019 è stato un anno funesto per le foreste in tutto il mondo con perdite consistenti e previsioni altrettanto negative.

Il peggiore anno per le foreste?

No, non è l’anno peggiore per quanto riguarda l’opera di deforestazione (per fortuna, ma anche purtroppo, visti i dati): prima del 1990 la perdita netta annuale delle foreste era molto più alta; ma, nonostante abbia subito uno stop a seguito delle prime serie politiche in materia, rimane a livelli decisamente preoccupanti. Al giorno d’oggi coprono circa il 31% delle terre emerse e un terzo fa parte della tipologia detta foresta primaria (cioè dove l’uomo non è ancora arrivato a stravolgere l’ambiente naturale).

Gli incendi, dolosi e dovuti all’incuria, sono un fenomeno che mette sempre più in pericolo le foreste in tutto il mondo
Photo by Matt Howard on Unsplash

Ma, avverte un report del World Resource Institute (un centro di ricerca indipendente) che ha un proprio programma di ricerca su questo tema, il Global Forest Watch, che ben 9,3 milioni di acri di foresta (circa 3,7 milioni di ettari, unità di misura che useremo da adesso in poi) sono scomparsi nel 2019: un’area grande circa come quella della Svizzera. Dal 2002, è il terzo peggior risultato, dopo il funesto biennio 2016-2017. Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno, basti pensare che in media ogni 6 secondi perdiamo una superficie grande come un campo da calcio.

Le aree maggiormente a rischio

Diverse aree, in questa china pericolosissima, stanno facendo la parte del leone. In primis, il Brasile. Ma, come sarebbe quasi scontato pensare, non si possono addossare colpe al solo Jair Bolsonaro: in linea con i dati citati prima gli anni più pesanti sono stati il 2016 e il 2017. Ma comunque nel 2019, la deforestazione ha proceduto a ritmo serrato e preoccupante. Il Brasile ha infatti sommato circa un terzo (1,4 milioni di ettari) delle perdite delle foreste mondiali.

L’amazzonia è una delle foreste più colpite, ma non solo a causa delle politiche di Bolsonaro
Photo by Nathalia Segato on Unsplash

Ciò a causa degli incendi che hanno devastato l’Amazzonia la scorsa estate, ma anche a causa di scelte politiche poco lungimiranti che danno con sempre maggior libertà il nulla osta per tagliare alberi sia per l’agricoltura, sia per altri tipi di costruzioni. E che la politica c’entri in questo tipo di processo lo dimostra il fatto che, molte delle aree colpite dalla perdita di vegetazione sono quelle di molte comunità indigene, agli ultimi posti nelle attenzioni del presidente brasiliano.

Sul podio della classifica si posizionano inoltre Repubblica Democratica del Congo (con 475.000 ettari persi) e Indonesia (con 324.000 ettari) seguita a ruota dalla Bolivia (con 290.000 ettari). Verso quest’ultimo paese si sono addensate non poche preoccupazioni in quanto la perdita di foreste è aumentata dell’80%.

Ciò è dovuto principalmente all’agricoltura su larga scala. Per far spazio a coltivazioni intensive, infatti, sono frequenti gli incendi dolosi in aree forestali, con il benestare del governo che negli ultimi anni ha allentato le restrizioni in materia. E così si calcola che nella regione di Santa Cruz, dove si trova la foresta di Chiquitano Dry, si siano persi circa il 12% degli alberi con effetti letali sulla biodiversità nell’area. E secondo gli scienziati potrebbero volerci almeno due secoli prima che l’area recuperi interamente la sua ricchezza.

Foreste, problemi e prospettive

Il programma ambientale dell’ONU nei punti chiave del suo report, pubblicato a fine maggio, ha indicato proprio nella conservazione della biodiversità un punto fondamentale che dovrebbe essere nei primi posti dell’agenda politica e sociale di molti paesi. Inoltre si calcola che, le perdite di foreste del 2019, abbiano portato all’emissione di circa 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica in più rispetto a quanta ne viene prodotta annualmente nelle strade americane. E se non bastasse, studi recenti dimostrano come ci sia una forte correlazione tra l’espandersi di una pandemia e la deforestazione perché le popolazioni vicine hanno molta più probabilità di essere esposte a infezioni zoonotiche.

Le prospettive non sono buone, perché proprio la crisi sanitaria che sta portando a una crisi economica e sociale che colpisce le aree tradizionalmente più fragili potrebbe fare da apripista a legislazioni prone all’immediato guadagno e a investitori con pochi scrupoli. Come scrive Frances Seymour, ricercatore impegnato in Global Forest Watch, le scelte politiche ed economiche saranno decisive nei prossimi anni. In particolare sarà fondamentale rivedere profondamente i sistemi di produzione del cibo per fare in modo che questi diventino più sostenibili e attenti alla biodiversità.

Il campanello d’allarme è suonato, per l’ennesima volta, forte e chiaro: non ci è dato sapere se e quanti ancora ce ne saranno.

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