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Esperimenti psicologici con gli animali
Esperimenti psicologici con gli animali

I 5 animali più famosi coinvolti negli esperimenti psicologici

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Indice

Nel passato la psicologia ha utilizzato degli animali per portare a termine alcuni esperimenti. Tuttavia, esiste un Codice Etico per la ricerca psicologica che delinea gli standard di comportamento degli iscritti all’Associazione Italiana di Psicologia (AIP).

Queste linee guida sono necessarie per garantire la corretta realizzazione delle attività di ricerca e diffusione della conoscenza, proteggendo i diritti dei partecipanti (in questo caso, gli animali) e promuovendo una riflessione critica sulle implicazioni etiche della ricerca. Il Codice Etico si ispira ai principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.

I ricercatori in psicologia sono tenuti a conoscere e a far conoscere il Codice Etico, a ispirarsi ad esso nel proprio lavoro, a rispettarlo e farlo rispettare; la sua mancata conoscenza non può essere usata come giustificazione di una condotta eticamente inappropriata. In questo Codice Etico si parla anche degli animali.

L’articolo 8 del Codice Etico parla della ricerca animale

Chi svolge attività di ricerca utilizzando animali a fini scientifici è responsabile non solo del trattamento che essi ricevono durante gli esperimenti, ma anche del loro benessere in termini di salute e confort nell’intero corso della ricerca, nel pieno rispetto della normativa nazionale e internazionale.

afferma il primo punto dell’articolo 8 del Codice Etico.

Il benessere degli animali deve essere sempre assicurato quando diventa necessario farli partecipare agli esperimenti in psicologia. Ovviamente, bisogna ridurre al minimo possibile il numero di animali impiegati (pur mantenendo la previsione di risultati affidabili).

Nel caso di procedure che comportano l’impiego di interventi chirurgici sugli animali, bisogna ridurre al minimo il dolore o altri stimoli che possono attivare intensi stati emozionali negativi o provocare situazioni di forte disagio e stress. Ovviamente queste procedure che coinvolgono animali – a dir poco estreme – vengono effettuate solo quando siano giustificate dalla preminenza degli obiettivi della ricerca e non siano disponibili altre procedure alternative.

Un cane che con gli occhiali con un libro di animali
La storia della psicologia è costellata di esperimenti che hanno permesso di chiarire sempre di più i meccanismi della mente e i misteri del comportamento: alcuni, oggi, non potrebbero mai essere condotti perché poco etici.
(Photo by Jamie Street on Unsplash)

Vediamo adesso, insieme, i 5 animali più coinvolti negli esperimenti più conosciuti della psicologia.

1. Esperimenti con animali: il Cane

Se sei uno studente di psicologia – o anche solo un appassionato – a questo punto già saprai di chi andremo a parlare. Ebbene si, proprio lui: lo psicologo di origini russe Ivan Pavlov. Vincitore di un Premio Nobel nel 1904 in fisiologia per il suo lavoro sulla salivazione dei cani, studiò il processo digestivo di questi animali impiantando fiale nelle loro guance per misurare le risposte di salivazione di fronte a vari tipi di cibo.

Se a questo punto ritieni Pavlov un sadico delle salive, devi sapere che il suo contributo alla psicologia è stato fondamentale. Infatti, il suo lavoro sui cani – con una buona dose di fortuna – lo portò a rivelare dei meccanismi di una forma di apprendimento degli animali (e non solo) che venne chiamata condizionamento classico.

Un esperimento sugli animali di Ivan Pavlov

Quello che fece Pavlov, in breve, è stato far associare agli animali coinvolti due stimoli: uno stimolo neutro (il suono di un dipason) – che da solo non produceva una risposta – e uno stimolo incondizionato (il cibo) – che normalmente provoca una risposta (la salivazione). Quello che vide – dopo molte prove in cui si associavano le due cose – è che in questi animali si verificava una forma di apprendimento: il suono (stimolo condizionato) da solo produceva salivazione (risposta condizionata)

2. Esperimenti con animali: la Scimmia

Uno degli esperimenti più ricordati nell’ambito della psicologia che ha visto coinvolto animali – nello specifico, le scimmie – è quello condotto dallo psicologo Harry Harlow, insieme ai suoi colleghi, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

Il suo obiettivo era quello di studiare l’importanza dell’amore materno per uno sviluppo sano. Per fare ciò, ha condotto una serie di esperimenti sulle scimmie rhesus separando i cuccioli di questi animali dalle loro madri biologiche entro 6-12 ore dalla nascita. Quindi mise questi cuccioli in un “asilo con madri surrogate” inanimate. Una era fatta di una pesante rete metallica e l’altra di un telaio in legno coperto da un panno morbido.

Harlow scoprì che le scimmie cresciute in isolamento, quando venivano poste in una gabbia con due madri artificiali – una fatta di una pesante rete metallica, che dispensava cibo, e l’altra di un telaio in legno coperto da un panno morbido, che non dispensava cibo – trascorrevano gran parte del tempo accucciolate alla madre di tessuto morbido nonostante la madre di filo metallico fosse la dispensatrice di cibo.

Evidentemente sia i bambini della specie umana sia i piccoli delle scimmie hanno bisogno che le figure di accudimento diano loro qualcosa di più del banale nutrimento. Che cosa? L’amore.

L’esperimento di Harry Harlow: uno degli esperimenti sugli animali più ricordato nell’ambito della psicologia

Dopo aver osservato i cuccioli di scimmia, è stato scoperto che, sebbene i cuccioli ricevessero nutrimento dalla madre di rete metallica, trascorrevano più tempo con la madre di spugna. Ciò dimostra che il legame tra madre e cucciolo non si basava esclusivamente sul fatto che il primo animale fosse in grado di soddisfare i bisogni fisiologici del secondo.

I risultati di un secondo esperimento hanno mostrato che mentre i cuccioli di scimmia di entrambi i gruppi consumavano la stessa quantità di latte dalla madre, i cuccioli che erano cresciuti con la madre in panno esibivano attaccamento emotivo. Ogni volta che si sentivano minacciati, si avvicinavano alla madre di spugna fino a che non si fossero calmati.

I risultati per la madre in rete metallica erano l’opposto. Hanno reagito in modo piuttosto diverso con lo stesso stimolo, gettandosi sul pavimento, dondolandosi, e non sono andati dalla madre in rete metallica per ricevere conforto.

3. Esperimenti con animali: il Topo

Nel 1920, presso la Johns Hopkins University, John Watson condusse uno studio sul condizionamento classico – nominato già prima con Ivan Pavlov. Watson volle testare il condizionamento classico su di un bambino di 9 mesi, il piccolo Albert.

Albert fu inizialmente fatto interagire con diversi oggetti e animali, tra cui un topo bianco. Il primo incontro con l’animale fu tranquillo e Albert si mostrò piuttosto divertito, come un bambino della sua età farebbe normalmente.

Da quel momento in poi, tutte le volte che Albert si trovava ad interagire con l’animale, Watson prese a colpire con un martello un grosso tubo di ferro, provocando una reazione di terrore nel bambino. Dopo diverse associazioni, Albert sviluppò una fortissima paura per il topo bianco, anche quando la sua visione non veniva più accompagnata dal rumore spaventoso.

Inoltre, la sua paura cominciò ad includere anche una serie di oggetti pelosi e bianchi che potevano richiamare quello temuto, come ad esempio una barba da Babbo Natale: quello che si verificava viene detto fenomeno della generalizzazione. L’esperimento dimostra che la paura può essere indotta tramite condizionamento.

L’esperimento psicologico con animali di John Watson sul piccolo Albert

Questo studio è oggi considerato particolarmente immorale e poco etico sia perché è stata indotta una paura in un infante, sia perché Albert non è mai stato desensibilizzato dalle fobie che Watson ha prodotto in lui. Inoltre, il bambino è morto di malattia all’età di sei anni, e non è stato possibile determinare il perdurare o meno delle sue fobie in età adulta.

4. Esperimenti con animali: i Piccioni

B.F. Skinner coniò il termine comportamento operante per definire ciò che avviene quando un organismo mette in atto un comportamento che ha un impatto sull’ambiente. Nel sistema di Skinner tutti questi comportamenti agiti “operavano” sull’ambiente in qualche maniera, e l’ambiente rispondeva con eventi in grado di rafforzare quei comportamenti (cioè, li rinforzavano) oppure di renderli meno probabili (cioè, li punivano).

Per studiare il comportamento operante in modo scientifico, Skinner introdusse una variante alla gabbia-problema di Thorndike. La gabbia di Skinner (o camera operante, o Skinner box), come viene comunemente chiamata, consente ad un ricercatore di studiare il comportamento di piccoli animali in un ambiente controllato.

Nel corso dei primi esperimenti, gli animali preferiti da Skinner furono i ratti: per ottenere il mix di semi dovevano imparare a far pressione su una determinata leva, la quale, una volta azionata, riempiva la ciotola di cibo, ma ben presto li sostituì con altri animali: i piccioni.

Questi ultimi si rivelarono più facili da addestrare: mostrarono una notevole perseveranza, avevano bisogno di relativamente poco sonno e si attivavano anche in vista della più magra ricompensa.

Nel 1948 Skinner decise di rendere più interessante l’esperimento, immettendo nella gabbia un solo piccione e collegando il dispensatore di cibo non più ad una leva bensì ad un timer.

La variante sull’esperimento è che non esiste più un dispositivo, una leva – un pulsante da schiacciare per ricevere cibo – ma questo arriva in maniera improvvisa indipendentemente da qualunque azione, pertanto non a seguito delle decisione dell’animale di volere del cibo ma indipendentemente dal suo bisogno.

B.F. Skinner con in mano un piccione
Skinner, il padre del condizionamento operante sugli animali e… i suoi piccioni (Fonte)

Tolto l’elemento che faceva da strumento erogatore il piccione cominciò a comportarsi in maniera bizzarra, pensando che potesse col suo comportamento a far apparire, come per magia, il cibo desiderato.

Il piccione in pratica eseguiva dei rituali, dei gesti, con la testa o col corpo sino ad associare un determinato atteggiamento alla presenza del cibo: la situazione era ipotizzata dal piccione ma non corrispondeva alla realtà, in quanto l’erogatore col timer emetteva cibo in base all’impostazione data dallo sperimentatore e quindi nulla aveva a che fare con un intervento concreto dell’animale.

L’esperimento sugli animali che ha visto coinvolto il piccione

Ciononostante il piccione si convinceva che ad un suo gesto poteva ottenere il cibo desiderato, quindi lo ripeteva come un ossesso sino a quando, allo scattare del timer, arrivava l’agognato mangime.

Questo fu strabiliante per la ricerca in quanto per la prima volta fu dimostrato che non era un gesto prodotto su un tasto a portare cibo, cioè un gesto meccanico, ma addirittura la supposizione o meglio dire la previsione dell’animale che un certo comportamento invocava il mangime. Skinner notò che nel momento stesso in cui il piccione riconosceva quel gesto come propiziatorio egli lo ripeteva continuamente ed insistentemente sino all’arrivo della pappa.

In pratica l’animale riteneva quei gesti idonei e produrre cibo e pertanto venivano ripetuti come un rituale propiziatorio.

Anche altri piccioni, sottoposti in gabbie diverse allo stesso esperimento, cominciarono a comportarsi allo stesso modo: chi girava su se stesso, chi allungava il collo verso un angolo della gabbia, un altro piegava su la testa con uno scatto, un altro ancora sembrava spazzolare con il becco l’aria sopra il fondo della gabbia e altri due dondolavano la testa. Ognuno di loro aveva il suo personale rituale che ripeteva fino a quando non arrivava il cibo.

5. Esperimenti con animali: il Cavallo

Hans era il cavallo del barone Wilhelm Von Osten, insegnante di matematica e addestratore di equini, che desiderava dimostrare l’intelligenza degli animali considerati da sempre inferiori: era un personaggio decisamente controcorrente. Tentò pertanto di insegnare a contare a tre animali: un gatto, a un orso e a un cavallo.

Il gatto mostrò noia, l’orso ostilità ma il cavallo invece… imparò! Il barone notò che scrivendo su una lavagna un numero, il destriero batteva con lo zoccolo il quantitativo di volte corrispondente.

Incoraggiato da questo comportamento, Von Osten spiegò al quadrupede operazioni più complesse usando i simboli della sottrazione e della somma per arrivare alla radice quadrata e alle frazioni.

Il professore tedesco era convinto che Hans costituisse la dimostrazione vivente dell’intelligenza animale: la fama del cavallo si sparse rapidamente in Germania per giungere a nazioni lontane come gli Stati Uniti. Tutti volevano vederlo e si organizzarono spettacoli che attirarono folle di curiosi.

Una folla curiosa osserva Hans il cavallo intelligente
Una folla curiosa osserva Hans, il cavallo intelligente. (Fonte)

A causa del grande interesse suscitato dalle performance del cavallo, fu nominata una commissione d´indagine sulle presunte doti intellettive dell’animale.
Lo psicologo Carl Stumpf formò, infatti, un gruppo di 13 persone, noto come “Commissione Hans”. Questa commissione era composta da un veterinario, un gestore di circo, un ufficiale di cavalleria, un certo numero di insegnanti di scuola e dal direttore del giardino zoologico di Berlino.

Nel settembre del 1904 la commissione concluse che l´esperimento condotto da von Hosten con Hans era esente da trucchi. Nel 1907 Oskar Pfungst sottopose il cavallo a una serie di prove, effettuando vari test con le seguenti varianti:

  1. Hans rispondeva molto bene alle domande poste dal barone: le sue risposte erano precise anche quando a porle era un altra persona. Ma quando Pfungst chiese a chi doveva porre le domande di allontanarsi dall’animale, la correttezza delle risposte del cavallo diminuiva sensibilmente;
  2. Chi poneva le domande non doveva conoscere le risposte: in questo caso, le risposte giuste di Hans diventano quasi zero;
  3. La persona che poneva le domande doveva essere nascosta alla sua vista. Anche in questo caso le risposte diventavano quasi zero;
Il cavallo intelligente Hans
Esperimenti sugli animali: il caso del cavallo intelligente Hans. (Fonte)

Sembra proprio che l´intelligenza di Hans dipenda dalla possibilità di poter vedere la persona che conosce le risposte. Inoltre durante l’esercizio il cavallo e l´addestratore erano isolati dagli spettatori, in modo che nessuno spunto potesse derivare dalla presenza del pubblico.

Lo psicologo Oskar Pfungst dimostrò che il cavallo non era in realtà capace di operazioni mentali, ma osservava la reazione degli interlocutori. Pfungst scoprì che il cavallo rispondeva direttamente ai segnali involontari del linguaggio del corpo dell´addestratore, riuscendo a risolvere i problemi che gli venivano sottoposti. Tale indagine, condotta in particolare sulle reazioni del cavallo alle modifiche comportamentali inconsce dell´interlocutore, ebbe una notevole importanza nello studio dell´effetto aspettativa e dell´intelligenza animale.

Quelli che abbiamo visto sono solo alcuni dei classici esperimenti che hanno coinvolto degli animali, svolti in psicologia. La letteratura animale è alla base di centinaia di studi sul comportamento umano.

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