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Bolsonaro, quando l’economia diventa priorità

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Viviamo in tempi storici, nostro malgrado. L’esplosione del Coronavirus da problema soltanto cinese è diventato fenomeno globale di difficile gestione e la sua rapida diffusione – a tutte le latitudini – ha costretto l’OMS a dichiarare il virus pandemia.

Viviamo in tempi storici in cui a tutti, cittadini e istituzioni, viene chiesto di prendere decisioni responsabili per combattere un nemico le cui potenzialità e caratteristiche non sono ancora del tutto chiare.

Viviamo in tempi storici ma qualcuno ancora non sembra essersene accorto (o finge di non farlo). In testa al lugubre corteo di irresponsabili si pone Jair Bolsonaro, presidente del Brasile che continua a minimizzare e sottovalutare i rischi di un’epidemia di massa in una nazione dove la povertà è da sempre un problema di gran parte della popolazione e l’accesso alle cure sanitarie un lusso per pochi.

Una foto di Donald Trump che stringe la mano a Jair Bolsonaro
Jair Bolsonaro e Donald Trump (che non ha bisogno di presentazioni) in uno dei loro ultimi incontri, il 7 marzo 2020.

Le (non) misure di Bolsonaro

Al momento, in Brasile si registrano più di 4000 casi con una crescita esponenziale rispetto a una settimana fa. Ma è la totale mancanza di qualsiasi forma di prevenzione da parte di Bolsonaro che fa preoccupare. Il presidente brasiliano, infatti, ha più volte risposto strigliando o irridendo i vari media o governatori locali che hanno giustamente invocato la chiusura di tutte le attività. Dopo aver per due volte dichiarato di essere negativo al tampone per il Coronavirus, Bolsonaro il 25 marzo, in un discorso di appena 5 minuti alla nazione, ha declassato il virus a semplice influenza e ha detto che la situazione deve tornare alla normalità attaccando il governatore dello stato di San Paolo che aveva predisposto il lockdown delle attività.

Proteste dai balconi contro queste dichiarazioni stanno divampando in molte parti del paese, così come ci sono molti reportage che parlano di come siano addirittura le gang criminali che stanno cercando di prendere in mano la situazione costringendo la gente a rimanere in casa. E infine, per non farsi mancare nulla, pare che Bolsonaro abbia anche minacciato di licenziare il ministro della salute, Henrique Mandetta, se si fosse permesso di criticarlo pubblicamente.

Bolsonaro, la gestione del Coronavirus e quel parallelo con l’emergenza ambientale

I tentativi di sminuire la portata della pandemia sono parte di una strategia volta ovviamente a non alterare gli equilibri preesistenti ed essere coinvolti nella crisi economica che sta attraversando il mondo, a tutte le latitudini.

Bolsonaro era stato eletto con il sostegno di molti gruppi e lobby locali promettendo di far tornare grande il Brasile. Parole e slogan curiosamente (ma neanche troppo) simili a quelli di tanti altri leader della destra liberista mondiale come Boris Johnson e Donald Trump.

Nel 2019 l’Amazzonia è stata colpita da violentissimi incendi, che hanno contribuito – assieme alla deforestazione – alla distruzione di vastissime aree.
(Foto: Victor Moriyama / Greenpeace)

Questa modalità di occultare i problemi in nome di un’ideologia spiccatamente economica si ritrova anche nel caso delle emergenze ambientali. Bolsonaro è stato infatti un deciso avversario dei movimenti ambientalisti e delle politiche volte a tutelare il nostro pianeta. Posizioni che sono state drammaticamente pesanti l’estate scorsa quando enormi incendi devastarono la foresta amazzonica. Nel corso dell’emergenza, il presidente brasiliano non accettò neppure i fondi approvati dal G7 per contenere il disastro, disertando lo stesso incontro.

Un editoriale apparso recentemente sul The Guardian ha mostrato acutamente come l’epidemia in atto e le risposte che i vari governi stanno prendendo possa collegarsi alla sempre più stringente questione climatica. Il Covid-19 ha infatti imposto all’attenzione generale l’importanza della valutazione e del controllo dei rischi per la salute prima che questi diventino ingestibili; il suo rapidissimo espandersi ha mostrato come negare, tergiversare e differire decisioni solamente per guadagnare un pugno di voti in più non sia sufficiente.

I politici di oggi saranno valutati sui morti che ci saranno alla fine dell’emergenza, questo è certo, ma la situazione attuale sta lanciando una sfida all’intero sistema economico-capitalistico. E come l’attività congiunta di stato e scienza sta tentando di contrastare l’avanzata del virus, così bisognerà fare in seguito per evitare disastri sempre maggiori. E soprattutto ci sarà necessità di una sempre maggiore condivisione dei rischi, delle decisioni e delle responsabilità su scala globale.

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