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Una maschera antigas appoggiata su delle foglie
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Come la guerra ha causato 5 disastri ambientali

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La guerra è uno dei fenomeni più tragici e orribili che l’essere umano è in grado di compiere. Purtroppo, nella storia, sono molteplici le volte in cui questo evento – avolte così privo di significato – è avvenuto ed ancora oggi avviene. Chi ha vissuto momenti così strazianti non potrà mai cancellarli dalla propria memoria, ma un’altra vittima di questa insensata azione disumana è proprio la Terra.

Oltre ai danni che causiamo al nostro pianeta ogni giorno tramite l’inquinamento delle acquee per via della plastica o l’estinzione di specie prettamente per motivi economici – per citarne alcuni – ce ne sono altri causati proprio della guerra. Fare una stima delle conseguenze è praticamente impossibile, possiamo solo analizzare ciò che è accaduto per avere un’idea di quanto la guerra sia un male ancora più grande di quanto credessimo.

Senza tener conto dell’inquinamento generato dai mezzi militari (come aerei da guerra e carri armati): solamente l’esercito americano contribuisce per circa il 5% delle emissioni del riscaldamento globale totali del pianeta.

Prendiamo come esempio la guerra in Afghanistan: l’esercito americano ha emesso 1,2 miliardi di tonnellate di carbonio nell’atmosfera dall’inizio di quella guerra nel 2001; l’intera emissione annuale di carbonio del Regno Unito è di circa 360 milioni di tonnellate. Dunque, solo quel conflitto ha prodotto un inquinamento superiore a quello che l’Inghilterra intera produrrebbe nel giro di 3 anni.

Di seguito sono riportate cinque guerre, ognuna delle quali ha avuto ripercussioni sull’ambiente di ogni tipo: dall’avvelenamento dell’aria e dell’acqua alla distruzione di intere foreste, fino ad arrivare all’occultamente di armi chimiche nei mari. I disastri causati hanno gravato non solo sulle generazioni che hanno vissuto in prima persona quegli anni (anche a guerra terminata), ma anche su quelle antecedenti a tali disgrazie.

Guerra del Golfo

La prima Guerra del Golfo fu combattuta fra le truppe del dittatore iracheno Saddam Hussein e le truppe di una coalizione di 35 Paesi formatasi sotto l’egida dell’ONU e capeggiata dagli Stati Uniti. Ebbe luogo nei territori dell’Iraq e del Kuwait dal 2 agosto 1990 al 28 febbraio 1991.

Guerra al petrolio

La causa scatenate del conflitto fu l’invasione da parte di Saddam Hussein dello Stato del Kuwait dopo che quest’ultimo, insieme agli Emirati Arabi, decise di aumentare le proprie produzioni di petrolio con conseguente crollo dei prezzi nel mercato. Hussein avrebbe tollerato tale gesto solo nel caso in cui delle condizioni da lui imposte fossero state accettate. Il Kuwait rifiutò e questo fece scattare l’invasione.

Le Nazioni Unite condannarono subito il gesto da parte dell’Iraq lanciando un ultimatum che imponeva il ritiro delle truppe irachene. La richiesta non conseguì risultati e il 17 gennaio 1991 le truppe degli Stati Uniti, supportate dai contingenti della coalizione, penetrarono in Iraq.

Disastri ambientali

Le truppe irachene, durante il conflitto, decisero di aprire le valvole dei condotti petroliferi dei Kuwait per fare in modo che il petrolio si rilasciasse in mare e complicasse lo sbarco da parte dell’esercito americano. A livello ambientale fu un disastro: ricercatori e analisti stimarono 240-336 milioni di galloni di petrolio riversate nelle acque, causando danni agli ecosistemi delle regioni di Kuwait, Arabia Saudita e Iran.

Inoltre, quando Saddam Hussein si rese conto che il suo esercito stava per essere sconfitto e iniziò a battere in ritirata, ordinò alle truppe di bruciare i pozzi petroliferi (ne furono bruciati 732) lungo la strada di ritorno in modo da riuscire, almeno in parte, ad aumentare i prezzi del petrolio ed a limitare la visibilità delle forze aeree della coalizione con i fumi generati dagli incendi, proteggendo le truppe di terra irachene.

Secondo Lamya Hayat, dell’Università del Kuwait, le sostanze inquinanti disperse dagli incendi dei pozzi hanno causato una triplicazione dei casi di tumori in Kuwait e un aumento dell’incidenza di malattie neurologiche, asma e allergie. Inoltre, l’inquinamento ha anche contaminato il cibo: il 98% del grano e del latte prodotti localmente contiene attualmente nichel e vanadio. Come se non bastasse, i sali dell’acqua marina utilizzata per spegnere gli incendi hanno incorporato i metalli pesanti rendendoli, così, solubili in acqua.

Il portavoce del Ministero della sanità del Kuwait nega questo legame fra inquinamento e aumento dei tumori.

Una nube di fumo generata da un'esplosione
La Guerra del Golfo causò gravi danni ambientali | Foto: Pexels.com

Hiroshima e Nagasaki

Due ordigni nucleari sviluppati nel progetto Manhattan dagli Stati Uniti, furono sganciati sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Fu l’allora presidente USA Henry Truman a dare l’ordine, velocizzando la resa del Giappone e segnando la fine della Seconda Guerra Mondiale, con una manovra definita da molti non necessaria e che ha lasciato segni visibili ancora oggi, dopo oltre 70 anni, sui sopravvissuti al disastro.

Le due bombe

La prima, denominata Little Boy, era una bomba all’uranio e venne sganciata sulla città di Hiroshima il 6 agosto alle ore 8:15. L’esplosione causò la distruzione di tutto quello che si trovava nel raggio di 8 chilometri, uccidendo fra le 70 e le 80 mila persone all’impatto e radendo al suolo circa il 90% degli edifici. Per via dell’avvelenamento da radiazioni morirono ulteriori migliaia di persone, portando al numero totale dei decessi a Hiroshima alla fine del 1945 a circa 200 mila.

La seconda bomba era al plutonio chiamata Fat Man. Venne fatta brillare sulla città di Nagasaki il 9 agosto alle 11:02. Le stime sul numero dei morti all’istante variano da 22.000 a 75.000 persone e il numero totale dei deceduti, anche quelli frutto delle radiazioni nei mesi seguenti, è stimati intorno a 80 mila.

Un fungo prodotto dall'esplosione di una bomba atomica
Le bombe atomiche lanciate nella Seconda Guerra Mondiale furono le prime ed uniche utilizzate in una guerra | Foto: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (Flickr Photostream)

Conseguenze ambientali

Una delle conseguenze dell’esplosione di queste bombe prende il nome di fallout nucleare: è il processo in cui le particelle radioattive vengono trasportate nell’atmosfera a seguito di un’esplosione nucleare e successivamente ricadono sul terreno come polvere o precipitazione. Dunque, una pioggia nera e radioattiva cadde sulle due città avvelenando l’aria, l’acqua e il cibo.

La contaminazione dell’acqua è una delle più gravi. Gli organismi viventi che bevono un’acqua del genere, animali o persone, riscontrano gravi problemi di salute. Inoltre, l’acqua venne trasportata dai fiumi in altre parti del Giappone e successivamente negli oceani, diffondendosi nel mondo intero.

Anche la contaminazione dell’aria e del terreno è altrettanto preoccupante. Con l’esplosione delle due bombe un’enorme quantità di particelle radioattive vennero diffuse dal vento in diverse aree oltre le città, disperdendosi gradualmente e portando alla contaminazione dell’aria al di fuori di Hiroshima e Nagasaki. Quindi, anche i prodotti agricoli ed i terreni più lontani furono vittime di queste contaminazioni, rendendo il suolo estremamente sterile e impossibilitando il consumo del cibo che non fu bruciato dalle radiazioni.

Ci furono anche delle radiazioni termiche. Il bombardamento bruciò l’ambiente circostante con un calore estremo. Le esplosioni generarono potenti onde d’urto insieme a enormi palle di fuoco. Le singole fiamme si combinarono fra loro e ciò alla fine provocò una grande tempesta

Attraverso il processo di combustione, queste tempeste di fuoco consumarono una notevole quantità di ossigeno nell’atmosfera per alimentare le fiamme. Il fumo che ne scaturì rilasciò fuliggine che provocò il crollo della temperatura globale.

Anche l’ozono fu vittima dell’esplosione: l’enorme quantità di calore che venne rilasciata nell’aria, successivamente soppressa relativamente da un raffreddamento rapido, provocò una produzione di massa di ossidi nitrici. L’enorme quantità di questo composto che si rilasciò nell’atmosfera indebolì lo strato di ozono. Gli ossidi di azoto che si formarono diminuirono i livelli di ozono nell’emisfero settentrionale e tale esaurimento produsse una tremenda alterazione del clima terrestre.

Deforestazione del Vietnam

Durante la guerra del Vietnam, combattuta dal 1960 al 1975, l’esercito americano si rese colpevole di un’enorme quantità di vittime, soprattutto civili. Fra le atrocità di quella guerra, oltre al gran numero di morti, si aggiunse anche l’utilizzo di armi chimiche come napalm e diserbanti per ridurre la vegetazione vietnamita e permettere agli americani di agire su un territorio più favorevole. Ancora oggi, il Vietnam vive le conseguenze di quel conflitto e a pagarne il prezzo sono e sono state le generazioni passate, presenti e future.

Una foresta distrutta e deforestata
Durante la Guerra del Vietnam furono 2 milioni gli ettari di foreste distrutti | Foto: Pixabay.com

Una guerra mai terminata

Al termine della Guerra d’Indocina il Vietnam venne diviso in Vietnam del Nord d’influenza sovietica e Vietnam del Sud d’influenza americana. Quest’ultimo attirò presto le antipatie del popolo vietnamita il quale riteneva la divisione ingiusta. Dopo una serie di incursioni terroristiche e di guerriglie nel Vietnam del Sud da parte del popolo del Nord, l’America impiegò sempre una maggiore quantità di forze militari.

Seppur meglio organizzato, addestrato ed equipaggiato, l’esercito americano ebbe difficoltà a combattere nelle fitte foreste vietnamite conosciute, invece, molto bene dai rivali. Decisero, quindi, di impiegare armi chimiche per deforestare la zona e permettere al proprio esercito di combattere su un campo a loro più favorevole.

Agente arancio

L’utilizzo di erbicidi utilizzati dagli americani sui territori del Vietnam del Sud continuano, a distanza di 45 anni, ad avvelenare gli ecosistemi e le persone del Paese. Uno su tutti è l’Agente arancio, un defoliante costituito da due diversi erbicidi e contenente diossina. Vennero contaminati due milioni di ettari di foreste, corsi d’acqua e raccolti con 80 milioni di litri di erbicida. I bambini nati dopo la guerra furono vittime di gravi malformazioni genetiche o disabilità e l’inquinamento della diossina persiste ancora oggi nell’ambiente, mettendo a rischio la sicurezza alimentare.

La TCDD è la molecola responsabile di tale disastro. È fra le sostanze più tossiche e pericolose mai create, capace di contaminare l’ambiente addirittura per secoli. Gli erbicidi che componevano l’Agente arancio sarebbero dovuti scomparire dall’ambiente nel giro di qualche settimana, ma alla sua combustione ci fu la conseguente reazione chimica che portò alla nascita della molecola TCDD.

Secondo i ricercatori quando l’Agente arancio è stato spruzzato, questo è stato poi assorbito dalle foglie che, una volta cadute al suolo, hanno permesso l’assorbimento della diossina da parte dai terreni e in questo modo si è espansa fino ad arrivare alle acque. Dopo questa contaminazione, la diossina è finita nella catena alimentare dei pesci, degli uccelli che se ne nutrono e di conseguenza della popolazione.

La soluzione “migliore” proposta dai ricercatori per rimuove la diossina è quella di incenerire i terreni più contaminati, invece di continuare a conservarla all’interno del suolo.

Relitti sommersi della II Guerra Mondiale

Durante il secondo conflitto che vide il mondo interno schierato in guerra, furono oltre 8500 le navi militari e civili che vennero abbattute e che ancora giacciono sui fondali marini. Queste navi sono ancora cariche del loro carburante all’interno dei propri serbatoio e l’erosione da parte dell’acqua marina potrebbe far si che il contenuto fuoriesca causando un disastro ambientale senza precedenti.

Una nave sommersa
Le navi affondate durante la guerra furono numerose | Foto: Unsplash.com

Bombe ecologiche nei fondali marini

Il pericolo di questa catastrofe postbellica venne annunciato dal mensile Focus nel 2010 dopo che il New Scientist aveva sollevato la questione, attraverso due esperti di sicurezza marina: Trevor Gilbert e Dagmar Etkin.

Di queste 8500 navi affondate nella Seconda Guerra Mondiale 1500 sono petroliere, si parla di una quantità di sostanze pericolose che varia dalle 2,5 alle 20 milioni di tonnellate. Anche nell’ipotesi più positiva i derivati del petrolio che inquinerebbero le acque sono pari al doppio di quelle fuoriuscite dalla falla della piattaforma della BP nel Golfo del Messico.

Gli esperti prendono come conferma delle loro affermazioni la petroliera militare americana US Mississinewa che affondò tra le isole della Mirconesia nel 1944 con oltre 20 mila tonnellate di petrolio e carburante aeronautico e, nel 2001, iniziò a riversare in mare il contenuto delle sue cisterne dopo 57 anni di calma apparente.

Il pericolo maggiore non risiede neanche nel greggio, ma in un arsenale di armi chimiche situate in fondo al mare.

Tra queste vi è l’iprite, una sostanza chimica pericolosissima che gli eserciti avevano in dotazione anche se vietata, per rispondere a eventuali attacchi chimici nemici. Dato che questa sostanza fu proibita da tutti gli accordi umanitari internazionali, al termine della guerra sarebbe dovuta sparire, ragion per cui si decise di affondare i relitti. In Italia gli alleati le inabissarono al largo di Manfredonia e davanti all’Isola di Ischia, mentre Hitler ne ordinò, invece, lo smaltimento nei fondali a sud di Pesaro.

Un'immagine della mappatura delle armi chimiche insabbiate in Italia durante la guerra, creata da Legambiente
Una mappatura delle armi chimiche insabbiate in Italia | Foto: Legambiente

Uranio in Afghanistan

PeaceLink denuncia l’utilizzo di bombe con testate in uranio utilizzate dagli Stati Uniti nella guerra contro l’Afghanistan non solo per uno scopo immediato di distruggere l’obbiettivo, ma anche per quello a lungo termine, data la contaminazione ambientale che ne deriva dall’utilizzo.

“Libertà duratura”

L’Operazione Enduring Freedom è il nome in codice ufficialmente utilizzato dal governo degli Stati Uniti d’America per designare alcune operazioni militari avviate dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Questa non è di certo la prima guerra in cui venga utilizzato l’uranio all’interno di bombe o proiettili, infatti, i militari giustificano l’uso dell’uranio nella testata di queste bombe perché, per la sua densità e facilità di combustione, è in grado di penetrare in profondità e distruggere bunker e altre strutture del genere.

Però, secondo PeaceLink, gli americani utilizzarono bombe contenenti non uranio impoverito – che comunque resta altamente tossico e dannoso per gli uomini e gli ecosistemi – ma uranio normale.

Dei caccia da guerra che volano nel cielo
La guerra in Afghanistan inquinò i terreni di uranio | Foto: Pixabay.com

L’ Uranium Medical Research Centre analizzò campioni di schegge, acqua, terra e di urina della popolazione civile nelle zone di Jalalabad e Kabul. Le analisi mostrarono come nelle urine si trovassero concentrazioni di isotopi dell’uranio superiori di 100 volte alla norma, portando alla conclusione che l’unico motivo di tale risultato fosse proprio dovuto ai bombardamenti USA.

Ciò che invece non fu chiaro era il motivo per cui gli americani avessero deciso di utilizzare uranio normale invece di quello impoverito, dato che la capacità di penetrazione dei due rimane identica, l’unico cambiamento significativo è la radioattività diffusa nell’ambiente: l‘uranio impoverito è radioattivo circa la metà di quello naturale ed utilizzando quest’ultimo si va appunto a colpire principalmente la popolazione civile.

Infatti, le vittime di questa contaminazione non furono solo i soldati che presero parte alla guerra, ma anche le popolazioni (presenti e future) di quei territori. Dopo la sua esplosione, l’uranio si trasforma in una polvere estremamente fine, le cui singole particelle sono più piccole di un batterio o di un virus e viaggiano in aria per chilometri prima di depositarsi in un luogo, con il rischio che vadano ad inquinare falde acquifere e terreni lontani.

Si calcola che l’accumulo di un milionesimo di grammo di uranio impoverito in una persona sia sufficiente ad esserle fatale distruggendo il suo sistema immunitario e alterando il codice genetico.

In Afghanistan la popolazione fu vittima di malattie e tumori, mentre i bambini nacquero senza occhi, senza braccia o con spaventosi tumori alla bocca o in altre parti del corpo. Quanto affermato da PeaceLink fa riferimento ad uno studio del 2002. Nuovi studi sono stati portati a termine nel corso degli anni e sono tutti disponibili sul sito dell’Uranium Medical Research Centre.

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