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Coronavirus: Contadini costretti a buttare il raccolto

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Tra le prime attività ad essere state duramente colpite dalle misure prese per combattere il Covid-19 ci sono quelle che riguardano la ristorazione: mense, ristoranti e tavole calde hanno chiuso i battenti, per riaprire chissà quando. Il problema, però, non riguarda solamente i locali in cui il cibo si consuma – ristoranti e mense – ma anche e soprattutto il settore dove il cibo viene prodotto: l’agricoltura.

I Contadini hanno dovuto buttare il cibo, perché impossibilitati a venderlo

Questo problema riguarda specialmente la filiera agro-alimentare americana, i cui numeri sono notevolmente più grandi dei nostri e il sistema è molto più complesso. Anche negli USA ristoranti & company hanno dovuto chiudere e con loro le mense scolastiche, accademiche e industriali che, da sole, raccoglievano gran parte dei proventi agricoli.

Con la chiusura di tutti i luoghi di ristorazione – e quindi dei maggiori beneficiari di questi proventi – si è verificato un evento imprevedibile e catastrofico: i contadini americani si sono trovati costretti a buttare via gran parte del raccolto. Ironico, no? Tutto questo accade solamente due settimane dopo che, in America – ma nel resto del mondo anche – i cittadini si sono precipitati nei supermercati a fare scorte su scorte, temendo l’apocalisse pandemica.

La questione è davvero complessa: la chiusura degli acquirenti della maggior parte del cibo – ricordiamolo, deperibile e quindi immediatamente consumabile – ha costretto gli agricoltori a cercare altre strade. Molti di loro stabilivano delle partnership con i compratori già prima di seminare, quindi i ricavi erano assicurati. Ma l’avvento di una pandemia globale ha sconvolto i piani di tutti: e ora chi acquista milioni di tonnellate di cipolle? I contadini, quindi, le hanno provate tutte per non buttare via i loro prodotti freschi.

Dalla vendita diretta ai consumatori, passando ovviamente dalla beneficenza: comunque il mercato non è stato in grado di riassorbire neanche la metà delle eccedenze. Il peggio è che questo problema non riguarda solamente frutta e verdura, ma anche i prodotti caseari (il latte e i suoi derivati) e le uova. Chi lo avrebbe mai immaginato?

Il problema non è che la beneficenza (in America affidata ad un tipo di struttura chiamata Food Bank – “Banca del Cibo”) non “voglia” ricevere ma, semplicemente, non possiede abbastanza frigoriferi, luoghi in cui conservare tutto questo cibo e… volontari che se ne occupino. Per non parlare delle enormi difficoltà nell’esportare questa eccedenza di cibo: l’America non è l’unica nazione che sta combattendo contro la crisi dell’agricoltura.

Distruzione volontaria di cibo fresco: una svolta distopica

Con il mondo intero che soffre per una crisi economica appena agli inizi, la fame che continua ad essere una piaga (non solo per il Terzo Mondo) e l’incessante avanzare della disoccupazione, questa situazione sembra farci piombare in una realtà distopica apparentemente impensabile – persino nel mezzo di una Pandemia globale. L’agricoltura, in un tempo così breve, non è stata in grado di adattarsi al mutare improvviso del mercato. Quante colture andranno ancora distrutte, se l’economia non dovesse riuscire a ripartire entro l’estate?

Photo by Giuseppe Argenziano on Unsplash

Questa disperata perdita di prodotti agricoli sta accadendo – e noi dobbiamo assistere impotenti – mentre, in tutto mondo, le persone che hanno perso improvvisamente il lavoro si sono ritrovate senza poter garantire più cibo in tavola alle loro famiglie.

Eppure, nel momento in cui un maggior numero di americani si è ritrovato a doversi rivolgere ad enti di beneficenza alimentari – questi enti stessi si trovano ad affrontare carenze proprie. Una su tutte? La maggior parte delle persone coinvolte nel settore ha un’età avanzata, prossima se non successiva alla pensione: queste stesse persone sono le prime a dover essere tutelate dal Coronavirus. Il settore bancario alimentare è nato in America lo scorso secolo ed è cresciuto notevolmente da allora, soprattutto negli anni ottanta. Nonostante sia un sistema flessibile, non è in grado di assorbire tutta la richiesta che sta ricevendo.

Il problema, in Italia, è un altro: l’agricoltura rischia di perdere raccolti a causa della carenza di braccianti

Anche in Italia, quello agricolo è un settore davvero a rischio. Questa volta però il problema non riguarda il mercato – anche qui dimezzato, con la chiusura di mense e ristoranti – ma i campi stessi: i contadini non hanno braccianti a sufficienza che li aiutino con le attività agricole, tanto da dover considerare l’eventualità di far andare interi raccolti perduti. Mancano, soprattutto, i soliti braccianti stagionali provenienti da altri Stati.

Photo by Spencer Pugh on Unsplash

Così, in Italia, ci si ritrova a parlare della consueta “Questione Migranti”, seppur declinata in altri – quasi impensabili – modi. La Coldiretti ha stimato che, solitamente, almeno 1/4 dei prodotti Made in Italy che mangiamo a tavola proviene dall’utilizzo di manodopera straniera. La maggior parte di questi lavoratori stagionali proviene dall’Est europeo e si ritrova a lavorare nelle zone padane – quelle più colpite dal Covid-19. I Paesi di origine, specialmente Romania e Bulgaria, stanno attuando misure severissime per chi ritorna da queste “zone rosse”, ragion per cui la maggior parte dei lavoratori per quest’anno ha deciso di evitare la stagione italiana. Sta di fatto che, se non si fa qualcosa per sopperire, il 40% di frutta e verdura non raccolta resterà a marcire nei campi.

In alcune regioni come il Trentino si cerca di trovare un modo per stabilire una collaborazione con l’estero, garantendo la sicurezza dei braccianti. Altre regioni come Piemonte e Veneto provano a cercare la manodopera in Italia, specialmente nei centri d’accoglienza. Inoltre, si pensa di poter attingere alle liste dei disoccupati iscritti ai centri per l’impiego, proponendo loro la possibilità di lavorare nelle aziende del territorio.

Lo Stato, da parte sua, sta tentando il dialogo con l’estero proponendo dei “corridoi verdi” e allo stesso tempo sta agevolando e prolungando i permessi di soggiorno, per poter permettere ai migranti di lavorare nel settore in maniera legale e non più in nero – come è solita prassi, purtroppo. Ma arrivano, dall’opposizione, voci discordanti che invocano uno slogan ormai (tristemente) conosciutissimo: Prima gli italiani.

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