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Covid-19 e inquinamento: lo studio che dimostra il collegamento

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Che ci potesse essere un collegamento fra l’inquinamento e la trasmissione e le conseguenze del covid-19 era una tesi ipotizzabile anche dal meno rigoroso degli scienziati. Ora però anche uno studio della Harvard TH Chan School of Public Health ha dimostrato l’esistenza di un legame tra il numero delle morti da coronavirus (o di conseguenze più gravi per la salute) e i livelli di inquinamento dell’aria, in particolare le particelle di PM 2,5.

Che cosa sono le particelle di PM 2,5

Il materiale particolato aerodisperso è l’insieme delle particelle atmosferiche solide o liquide sospese nell’aria. Il termine PM 2,5 esprime la grandezza di queste particelle: sostanzialmente più è basso il numero e più le particelle sono piccole e quindi sono meno pericolose per il corpo umano. Le particelle di PM 2,5 hanno un diametro uguale o inferiore a 2,5 micrometri ed è perciò anche chiamato particolato fine, contrapposto a quello grossolano di diametro più spesso. Sorgenti del particolato fine sono un po’ tutti i tipi di combustione, inclusi quelli dei motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali.

Photo by Justin Bautista on Unsplash

Come e quanto l’inquinamento influenza l’aumento della mortalità da Covid-19

Quello degli studiosi di Harvard è il primo studio che certifica una relazione tra la qualità dell’aria e le conseguenze sanitarie da Covid-19. Analizzando un ampio campione di circa 3000 contee statunitensi fino allo scorso 4 aprile e prendendo come riferimenti il numero di morti da coronavirus e altre variabili come i tamponi effettuati, il numero di posti letto, il clima e altre condizioni socioeconomiche, è stato visto come, a una maggiore esposizione alle polveri sottili, corrisponda una maggior probabilità di morire per il virus: l’incremento di PM 2,5 anche solo di 1 microgrammo per metro cubico aumenta le possibilità di morire circa del 15%.

La quantità dei dati registrati fa sì che le ipotesi siano robuste e ben supportate dai fatti. Queste nuovi acquisizioni potrebbero immediatamente, almeno negli USA, avere un risvolto pratico. Dr. John R. Balmes, il portavoce della American Lung Association, ha dichiarato che sarà fondamentale ora rifornire le strutture mediche delle zone più a rischio con i materiali di cui avranno necessità. Facile vedere anche un collegamento anche con il nostro paese: lo studio in questione, infatti, sembra suggerire come anche qua in Italia la vera e propria emergenza sanitaria dell’area lombarda e padana possa essere dipesa, almeno in parte, dal maggior inquinamento.

Covid-19 e inquinamento: come agire

In un momento del genere, studi come quello sopracitato dovrebbero contribuire a porre l’inquinamento ambientale al centro del dibattito pubblico. Purtroppo diversi leader nel mondo, come abbiamo più volte segnalato, sembrano essere sordi a questi richiami sempre più rumorosi. Trump, in particolare, non ha mai perso occasione per ostentare il suo negazionismo nei confronti del cambiamento climatico in atto e delle sue conseguenze. Per di più le nuove norme approvate nelle ultime settimane sui consumi di carburante vanno nella direzione opposta a quella che sarebbe lecito e ragionevole attenderci (tra le fonti di inquinamento da PM 2,5, come abbiamo detto prima).

La crisi globale che stiamo attraversando mette davanti agli occhi le scelte irresponsabili di molti amministratori che hanno preferito assecondare una visione più produttiva, economicamente parlando, nel breve rispetto a una più attenta e lungimirante ai bisogni dell’ambiente. E proprio la pandemia che ha coinvolto tutti i paesi del mondo mette in luce come la necessità sia quella di ricominciare su tutt’altre basi alla fine dell’emergenza piuttosto che ripartire da dove avevamo lasciato.

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