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Locusta su pianta

L’invasione delle locuste che spaventa l’Africa dell’est

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Non c’è solo il Covid-19 a martoriare una terra tradizionalmente povera e in difficoltà come l’Africa dell’est. Alla pandemia che sta affliggendo tutto il mondo e che rischia di far collassare (dove ancora non l’ha fatto) i fragili sistemi sanitari del continente africano, si aggiunge una spaventosa invasione delle locuste che distruggono voracemente i raccolti dei paesi dell’Africa dell’est. Buon termometro della percezione dell’impellenza del problema può essere un sondaggio via twitter di un noto giornalista locale, Charles Onyango Obbo, nel quale circa un terzo dei votanti virtuali vede nel contrasto alle locuste la maggior urgenza regionale.

Invasione delle locuste e cambiamento climatico

Per avere una visione completa del fenomeno che sta interessando questa porzione dell’Africa, bisogna risalire nel tempo a circa due anni fa e spostarsi nell’area della penisola araba. Se il fenomeno della migrazione di simili specie è stagionale, il cambiamento climatico in atto lo ha esacerbato: qui il ciclone Mekunu, nel 2018, ha contributo a far prosperare gli insetti rendendo l’ambiente desertico più umido.

Una successione di eventi del genere, sempre più frequenti, ha creato un ambiente favorevole per la formazione degli sciami di locuste; la guerra in Yemen, inoltre, ha negato ogni tentativo di azione comune in un paese chiave nel contrasto di simili invasioni. Lo sbarco in Africa avviene l’anno successivo grazie anche a un ciclone imprevisto in Somalia che ha ricreato anche qui condizioni favorevoli.

La peggior invasione di locuste da 70 anni

Ma è solo dall’inizio di quest’anno che gli sciami di locuste destano serie preoccupazioni. L’invasione ha cominciato a interessare Somalia, Kenya ed Etiopia in particolare per poi estendersi a sud, anche in Uganda. Ci sono state due ondate distinte (la seconda delle quali, giudicata ancor più pericolosa, sta per arrivare), inframezzate dalla stagione delle grandi piogge che ha contribuito alla loro proliferazione. Secondo alcuni calcoli ogni stormo può contare fino a 150 milioni di locuste per chilometro quadrato; ognuno di questi stormi può mangiare al giorno cibo sufficiente a sfamare fino a 35.000 persone.

Un servizio di TG2000 sull’invasione di locuste che ha colpito l’Africa Orientale

Coltivazioni di miglio, cavoli, fagioli e foraggio per animali: i coltivatori sono disperati e chiedono aiuto ai governi e alle associazioni internazionali. Servirebbero azioni di controllo mirate dall’alto, ma in alcune aree non è possibile (come in Somalia dove non dappertutto la situazione è sicura); servirebbe anche l’uso di pesticidi spray su larga scala, metodo ancora più diffuso, nonostante si cerchino di sperimentare sistemi maggiormente eco-friendly come bio-pesticidi o predatori naturali. Per poter agire in maniera più possibile efficace le Nazioni Unite si sono rivolte a donatori internazionali per raccogliere circa 70 milioni di dollari da poter utilizzare per contrastare l’emergenza.

Le ripercussioni sul territorio

Difficile prevedere come e quanto i voraci sciami di locuste potranno impattare su un territorio già provato dalla fame e che sta attraversando anche la recente ondata di coronavirus. Secondo il report annuale stilato dal WFP, il programma alimentare mondiale dell’ONU, e da altre associazioni, le persone che nell’Africa dell’est sono soggette a un alto livello di stress alimentare sono 27 milioni (il 20% circa del totale mondiale). E il cambiamento climatico è il fattore principale di insicurezza alimentare: più delle guerre o degli shock economici (anche se l’impatto del coronavirus su queste economie sarà tutto da verificare).

Una paesaggio del Kenya, una delle nazioni più colpite dalle invasioni delle locuste
Il Kenya è una delle nazioni più colpite dalle invasioni delle locuste
Photo by Sergey Pesterev on Unsplash

Lo stesso report propone due diversi scenari con una previsione più ottimistica che prevede una perdita contenuta dei raccolti e un worst case scenario in cui vengono colpite quelle zone in cui è possibile coltivare un surplus di raccolto per essere immagazzinato. Molto ovviamente dipenderà dalle misure che verranno prese e dalla partecipazione che la comunità internazionale darà per combattere questa situazione.

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