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L’incidente di Kystym: il disastro più grande dopo Chernobyl

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Perestrojka, glasnost: sono queste le due parole sotto la cui egida Michail Gorbaciov, divenuto segretario del PCUS nel 1985, decise di porre la sua azione di governo. Ricostruzione e trasparenza: questi diventarono i due pilastri di un’Unione Sovietica che, indebolita da fattori endogeni ed esogeni, provava a ristrutturarsi profondamente nel tentativo di adattarsi al mondo che stava cambiando senza perdere troppa influenza sui propri stati satelliti.

Se la perestrojka, la ricostruzione, si concretizzò tramite un ambizioso programma di riforme sociali, politiche ed economiche, il glasnost, la trasparenza, fu subito messo alla prova quando, il 26 aprile del 1986 esplose il reattore 4 della centrale nucleare presso Chernobyl e il governo sovietico fece tutto ciò che era in proprio potere per occultare al mondo i devastanti effetti dell’incidente.

Sembrava che si fosse tornati 10 o 20 anni indietro, quando le parole d’ordine in casi del genere erano occultare e sopire. Sembrava si fosse tornati (anche se in ben pochi potevano avvedersi del collegamento, data la manipolazione degli eventi tipica del regime) al settembre 1957 quando di disastro nucleare ce ne era stato un altro in una zona pressoché sconosciuta della Russia, praticamente segreta.

Prima di Kystym, il programma atomico sovietico

Alla fine degli anni ’40 la guerra fredda conosceva la sua fase più tesa, quella nella quale i blocchi si stavano delineando dividendo per mezzo secolo l’Europa e portando lo scontro anche sul continente asiatico. La nuova arma atomica che gli Stati Uniti avevano mostrato al mondo per chiudere la guerra col Giappone aveva atterrito il mondo e costretto i quadri sovietici a sviluppare un’arma di eguale potenza per garantirsi una pace costruita sulla mutua distruzione assicurata: con armi talmente potenti da ambo le parti se uno dei contendenti avesse cominciato a usarle sarebbe stata la fine del mondo.

Esplosione atomica vista dall’alto, nell’atollo di Bikini, sede di test nucleari.
(Photo by Science in HD on Unsplash)

Prese così piede il programma nucleare sovietico che portò alla costruzione di intere città segrete nelle cui vicinanze si sviluppavano impianti strategici di tipo militare, industriale o scientifico. Conosciute col nome tecnico di ZATO, acronimo russo traducibile con l’espressione “entità amministrativo-territoriali chiuse”, furono in molti casi costruite ex novo da prigionieri dei gulag, sorvegliate costantemente e cintate col filo spinato per non far entrare e uscire nessuno.

Erano, e sono tutt’ora dato che il governo russo ne ha ufficialmente riconosciute 44, città autosufficienti e dotate di ogni bene necessario per far vivere e prosperare i cittadini. Lo stato si prende cura di tutto e il tenore di vita, così durante la guerra fredda come ora, si è rivelato più alto che nel resto del paese. Uno degli ZATO più importanti era quello di Chelyabinsk-65, oggi conosciuto come Ozersk, città costruita dal nulla negli Urali meridionali, costruita vicino all’impianto nucleare di Mayak, il centro della tragedia.

29 settembre 1957, una tranquilla giornata sugli Urali meridionali

Il sito in questione doveva occuparsi di stoccaggio e produzione di materiale fissile e fu progettato appositamente vicino al lago Kyzyltash che doveva servire per scaricare le scorie e contribuire a raffreddare i serbatoi. Il 29 settembre 1957, però, i residenti furono insospettiti all’apparire di scie bluastre in cielo. Ancor più lo furono quando fu ordinato loro di macellare il proprio bestiame e di bruciare i raccolti. Qualcosa era accaduto all’impianto di Mayak.

Il disastro fu causato da un malfunzionamento del sistema di raffreddamento dei serbatoi: da più di un anno, infatti, la temperatura cresceva fino a raggiungere, il giorno fatidico dell’esplosione, la temperatura di circa 350 gradi. La potenza dello scoppio fu quantificata in 70 tonnellate di TNT e si alzò una nube tossica che venne portata verso nord-ovest. Le campagne vicino, come detto, furono evacuate, ma piuttosto lentamente e con grave danno della popolazione presente.

Se in URSS tutto taceva, nell’Europa atlantica poche voci sparse si levavano a denunciare quanto successo. A portare all’attenzione generale il disastro di Kystym fu Zhores A. Medvedev, biologo sovietico, esiliato che solamente nel 1976 pubblicò un articolo sulla rivista britannica New Scientist. Ma per aspettare un’ammissione ufficiale da parte del governo sovietico si dovette aspettare il 1989.

Il disastro di Kystym, le conseguenze

Il primo problema di chi ancor oggi cerca di informarsi su quanto successo è che i nomi del sito, della città e dell’area vicina si accavallano, si confondono, si nascondono. Convenzionalmente si parla di disastro di Kystym, ma solo perché questa è la località nota più vicina al luogo dell’incidente. Chelyabinsk, lo ZATO di cui si parlava in precedenza (oggi noto col nome di Ozersk) e tanto più lo stabilimento di Mayak (conosciuto anche col nome di Chelyabinsk-40 dall’indirizzo postale a cui arrivavano le lettere agli operai) ufficialmente non esistevano.

Affinché ciò fosse possibile gli abitanti erano forniti di tutto il necessario, e anche di più, di cui vivere e ben indottrinati a non parlare in quanto detentori di un segreto preziosissimo per la nazione. Tutto ciò a un prezzo mortale perché sin dai primi anni di lavoro dell’impianto la continua esposizione alle radiazioni causarono gravi malattie e morti precoci agli abitanti del distretto. Anche le stime che parlano di circa 8000 morti a seguito dell’esplosione dei serbatoi non possono essere attendibili proprio perché gli abitanti della zona sono stati costantemente soggetti alle radiazioni e ricevere trattamenti medici adeguati fu per loro molto difficile in quanto è nascosto loro la vera ragione dei problemi.

incidente di Kystym: una mappa della traccia radioattiva nell'Est degli Urali
Mappa della traccia radioattiva nell’Est degli Urali, dovuta all’incidente di Kystym.

Ma, in conclusione, il dato che sgomenta di più è la valutazione che l’agenzia internazionale per l’energia atomica diede al disastro. Sulla INES, una scala internazionale per gli eventi nucleari e radiologici, il disastro di Kystym è stato classificato incidente di livello 6. Un gradino più in basso solo dei disastri di Chernobyl e di Fukushima.

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