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Una foto di Hayao Miyazaki

Hayao Miyazaki e l’ambientalismo: c’è una speranza per la Terra?

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Impossibile non conoscere Hayao Miyazaki al giorno d’oggi per un appassionato di cinema, in particolare d’animazione. Giapponese, classe 1941, e cresciuto durante il cosiddetto periodo Showa (dal 1926 al 1989, corrispondente al regno dell’imperatore Hiroito) di cui ha un’opinione negativa perché, a suo dire, in nome del progresso ha trascurato l’ambiente. Miyazaki ha dedicato la sua intera opera all’animazione per ragazzi, disegnando e sceneggiando in prima persona più di 10 lungometraggi e fondando, nel 1985, lo studio di animazione Ghibli.

Antico villaggio vicino al monte Fuji
Miyakazi viene considerato un “Walt Disney” giapponese: secondo molti, è il più grande regista d’animazione vivente.
(Photo by Romain Tordo on Unsplash)

Creature magiche o fantastiche, vecchi saggi che custodiscono arcani segreti grazie alla loro esperienza del mondo, intrepidi eroi o eroine (non di rado infatti i personaggi femminili hanno un ruolo di primo piano): questi sono molto spesso i personaggi attorno ai quali Miyazaki intesse le proprie storie che molto spesso assumono valore di favole allegoriche. E uno dei temi che viene veicolato con più convinzione ed efficacia è quello relativo all’ambiente: l’importanza di rispettarlo e le funeste conseguenze nel trattarlo come se le risorse naturali fossero asservite all’uomo.

La prima eroina di Miyazaki, la principessa Nausicaa

Dopo aver esordito da regista con Lupin III, il castello di Cagliostro, Miyazaki qualche anno dopo diresse Nausicaa della valle del vento. In un classico scenario da post-guerra apocalittica l’umanità si trova concentrata nelle poche zone ancora vivibili del pianeta dove il Mar Marcio non è ancora arrivato a rendere l’ambiente tossico con le sue spore.

La principessa Nausicaa, in questo mondo, rimane è un unicum: nella prima scena la vediamo bloccare la furia cieca di un gigantesco animale (chiaramente frutto delle contaminazioni dell’ambiente dopo la grande guerra) con l’aiuto di soli due globi luminosi. Con il suo deltaplano personale, la sua daga di ceramica e l’indispensabile maschera per respirare la principessa si muove all’interno del regno del Mar Marcio, dove è impossibile vivere, per recuperare dei semi che coltiva in un suo segreto laboratorio, al riparo dai mortiferi miasmi.

I suoi tentativi di donare nuove possibilità al proprio villaggio, ricomponendo quel legame ancestrale con la natura, spezzato in un passato remoto ma che ha ancora devastanti conseguenze sul presente, è contrastato però da altre comunità vicine che, anche in una situazione del genere, non riescono a vedere oltre il proprio interesse. Il loro tentativo di garantirsi un futuro, infatti, è basato su ulteriore distruzione e sconvolgimento dell’ambiente. Una scelta poco lungimirante e che infatti sarà destinata a fallire.

L’ira della principessa Mononoke

Se in Nausicaa della valle del vento la situazione per la specie umana è ormai compromessa da tempo a causa di una guerra, nella Principessa Mononoke Miyazaki ci porta all’interno di una favola dove i concetti di bene e di male si scontrano non risolvendosi definitivamente e dove il valore e la responsabilità delle singole azioni non sono banali.

La contrapposizione fra civiltà e natura è qui molto forte: lo scontro qui è apertissimo e sfocerà in una guerra tra la civiltà del ferro e gli animali della foresta che vedono il loro territorio erodersi. Tra loro c’è la principessa Mononoke, trovatella cresciuta dalla Dea Lupa, protettrice del bosco. Dall’altra parte c’è Eboshi, padrona di Tatara Ba, una città sviluppata attorno a un’industria che produce armi e che estrae il ferro dalla montagna.

A congiungere i due mondi è (o quantomeno ci prova) il giovane Ashitaka. Il suo lungo viaggio per curarsi dalla maledizione che lo ha colpito (a seguito dell’uccisione di uno spirito-cinghiale che, catturato da un demone maligno, aveva attaccato il suo villaggio) lo ha portato al centro dello scontro.

Qui testerà il reciproco diniego delle parti in causa a venirsi incontro impegnate nella lotta per la personale sopravvivenza. Proprio questa sopravvivenza è la chiave per comprendere le azioni della parte che naturalmente sentiremmo di etichettare come quella dei cattivi. Miyazaki mette in guardia: non sono stati gli uomini malvagi ad abbattere le foreste o sconvolgere l’ambiente, ma è chiamata in causa tutta l’umanità, nel suo complesso, generazione dopo generazione nel suo tentativo di avanzare di un gradino di quell’immaginaria scala lineare chiamata troppo ingenuamente progresso.

La storia dietro alla Principessa Mononoke non vuole essere semplicemente quella di una civiltà geograficamente delimitata, ma investe il secolare rapporto tra uomo e natura facendoci riflettere anche sulla perdita di quella soggezione, di quel sacro timore verso di essa che la tecnologia umana ha spesso portato.

La bicicletta nel fiume e La città incantata

Il film più famoso di Miyazaki è però certamente La città Incantata che ha ricevuto ampio successo internazionale vincendo l’Oscar per il miglior film d’animazione. In questo paese incantato, che si apre al calar del sole in un’esplosione di colori e di affaccendati lavoratori che fanno funzionare un grande complesso di bagni termali, Chichiro si trova catapultata dopo che i suoi genitori sono stati trasformati in dei maiali. Le varie prove a cui verrà sottoposta rendono il film una sorta di passaggio della ragazza verso la maturità.

Tra le prove c’è una scena in particolare che ricorda da vicino il passato dello stesso Miyazaki. Alle terme arriva infatti lo spirito di un fiume inquinato che cerca sollievo nei bagni termali. Chichiro lo aiuterà a pulirsi e con l’aiuto di tutti i componenti dello staff riuscirà a riportarlo al passato splendore. In un’intervista lo stesso regista ha detto di aver preso spunto da un episodio della sua infanzia quando aiutò a pulire il letto di un fiume in campagna nel quale ogni sorta di rifiuti, tra cui una bicicletta usata, vi erano incagliati.

Miyazaki e le domande irrisolte

Una delle caratteristiche principali che possiamo scorgere nei film di Miyazaki è dunque una spiccata sensibilità per l’ambiente, declinata in vari modi. Colpisce in particolare come sia stata una voce forte sul cambiamento climatico già a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, anni in cui la questione non era percepita così urgente e drammatica come oggi. La sua critica al progresso indiscriminato è stata costante e sempre coerente.

La desacralizzazione della natura, a seguito del considerare la terra solo come fonte di risorse per lo sviluppo, è percepita come un crimine gravissimo. Ma sa anche che le varie forme di vita associativa umana prevedono un rapporto che non può essere sempre e solo di sacro rispetto. E la consapevolezza di dover ricercare un’armonia tra le diverse esigenze, naturali e umane, è il punto di partenza di tutte le domande che lasciano i suoi film.

Una foto di Hayao Miyazaki
 A Miyazaki va attribuito il merito – insieme ad altri colleghi – di aver contribuito ad eliminare lo stereotipo dell’animazione giapponese come di una realtà cinematografica inferiore, dal valore artistico pressoché nullo.

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