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A causa della Pesca Intensiva tutti i Pesci rischiano l’Estinzione

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In inglese si chiama Overfishing e riguarda tutta la pesca commerciale che viene praticata in maniera eccessiva e decisamente poco sostenibile. In italiano si potrebbe tradurre con “Sovrapesca” e riguarda sia mari che laghi e fiumi indifferentemente, poiché causa gravi problemi all’ecosistema, dato che le specie acquatiche vengono pescate così velocemente da non avere il tempo materiale per riprodursi.

Come spiega Greenpeace circa il 63% del pescato mondiale non è decisamente sostenibile dalla natura, sia in termini di possibilità riproduttive – gli animali sono troppo pochi e non fanno in tempo ad accoppiarsi e riprodursi – che in termini di biodiversità – l’assenza di una sola specie altera inevitabilmente la catena alimentare e modifica l’ambiente.

Pesce da Pesca non Intensiva
Nonostante ci sia sempre più consapevolezza riguardo gli allevamenti intensivi di bestiame, non vale lo stesso per la pesca: sempre più persone diventano vegetariane, ma molte di queste consumano ancora prodotti ittici.

L’esempio più sconvolgente di danni ad una specie marina è quello della caccia allo squalo: il sovrasfruttamento di questa tipologia di animale ha causato il dissesto di interi ecosistemi, uno su tutti quello delle barriere coralline – che, infatti, stanno morendo anche a causa della diminuzione della popolazione di squali, dai quali dipende tutto l’habitat.

Greenpeace ha comunicato che finora abbiamo perso il 99% delle anguille europee e il 95% del tonno australe, ma non solo. I salmoni sono quasi del tutto scomparsi dall’Atlantico, sempre più specie di squali e razze diventano animali a rischio estinzione, e l’80% dei maggior predatori dei mari sono ormai estinti.

Questo secolo sarà l’ultimo in cui vedremo della fauna marina selvatica

Il mare rappresenta un’importante fonte di sostentamento per i circa 7,5 miliardi di persone che popolano il pianeta: quasi il 20% delle proteine assunte dalla popolazione mondiale proviene dal pesce. Per sfamare così tante persone c’è bisogno di grandi quantità di pesce e infatti – come ci dicono i dati del WWF – nel mondo ne vengono catturate oltre 90 milioni di tonnellate l’anno. Non ci credete? L’area dove si concentra il maggiore sfruttamento del mare è pari a circa 4 volte la superficie agricola del Pianeta.

Secondo un importante studio scientifico pubblicato dalla rivista Science, se considerata la mole insostenibile della quantità del pescato e l’aumento della popolazione mondiale, non rimarrà praticamente nulla da pescare dai mari entro la metà del secolo se le attuali tendenze della pesca commerciale continuano.

Solamente nel Mar Mediterraneo circa il 93% della fauna marina viene eccessivamente pescata. Questo significa che vengono catturate specie in numero decisamente superiore rispetto alla loro naturale capacità di riprodursi: insomma, peschiamo più pesce di quanto ce ne sia a disposizione.

Già nel 2006 oltre 1/3 delle risorse ittiche mondiali aveva subito di tracollo significativo: se l’attuale andamento negativo dovesse continuare, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni. Quindi, questo potrebbe davvero essere l’ultimo secolo in cui vedremo nei nostri oceani della fauna marina libera.

Attualmente il numero di pescherecci presenti nel mondo è 2,5 volte superiore a quello previsto ai fini della pesca sostenibile. Parliamo di una vera e propria lobby della pesca: non sono solamente gli stock ittici del Mar Mediterraneo ad essere soggetti ad una pesca eccessiva, ma anche quelli presenti in tutti gli altri mari del mondo.

Dei ragazzi che pescano sopra una barca
La pratica dell’allevamento non è molto diffusa ed è in crescita soltanto nel Sud-Est Asiatico, dove si pesca la maggior parte del pesce che finisce sulle nostre tavole: l’85% dei pescatori e acquacoltori mondiali vive in questa zona. 

Peschiamo più pesce di quanto ce ne sia a disposizione nei mari, ma soprattutto non diamo tempo agli animali di riprodursi e perpetuare la propria specie che, quindi, rischia l’estinzione. Negli ultimi anni, l’uomo sembra aver trovato una soluzione che riesca a bilanciare la richiesta mondiale di seafood con la reale capacità dei nostri oceani: l’allevamento. Ma è davvero così?

Pesca selvatica e da allevamento

Ultimamente sono sempre più diffusi gli impianti di acquacoltura, da cui proviene oltre la metà del pesce consumato a livello mondiale. Parliamo specialmente di salmone e tonno, le due specie più diffuse sulle tavole di tutto il mondo (complice anche la moda del sushi, sempre più diffusa nella modalità all you can eat). Tuttavia, persiste un piccolo problema tecnico: salmone e tonno sono pesci predatori che – anche se allevati in questo modo – si devono comunque nutrire di pesce selvatico.

La conseguenza? Nonostante diminuisca la pressione sulla domanda di salmone e tonno, persiste comunque quella effettuata sui naturali stock ittici: per produrre un kg di tonno da acquacoltura servono all’incirca 15 chilogrammi di mangime a base di pesce che deve essere pur reperito da qualche parte.

Questa enorme richiesta causa un doppio problema: innanzitutto, pesci piccoli come sardine e aringhe rischiano a loro volta l’estinzione perché, oltre a finire direttamente sulle nostre tavole, vengono pescate per diventare mangime di pesci da allevamento di cui ci nutriamo quasi quotidianamente.

Già nel 2003 Nature stimava che l’attuale biomassa dei grandi pesci predatori presenti negli oceani di tutto il mondo rappresenti solamente il 10% di quella presente nel periodo precedente lo sviluppo dell’industria ittica

Ma soprattutto, queste piccole specie vengono pescate dai nostri pescherecci che, a causa delle catture accidentali, stanno decimando numerosi pesci predatori di grandi dimensioni come gli squali, le razze e i pesci spada. Lo squalo martello, ad esempio, rientra fra le specie in pericolo. Per non parlare del fatto che, pescando in grandi quantità, sottraiamo a questi grandi predatori gran parte delle loro prede (e unica fonte di sostentamento).

Questo accade soprattutto a causa della presenza in mare di reti abbandonate che vengono recuperato dopo quantità di tempo previste: al loro interno rimangono impigliati anche grossi esseri viventi, come delfini, che muoiono nel tentativo di liberarsi.

Pesca Intensiva e Cambiamento Climatico: una doppia minaccia

La situazione degli oceani – già messa a dura prova da anni di incontrollato overfishing – è seriamente minacciata dai cambiamenti climatici e dall’aumento delle temperature. Se le emissioni di gas serra dovessero aumentare – e niente, per ora, lascia supporre che questo non accadrà – la cattura massima di pesci potrebbe diminuire del 24% entro la fine del secolo.

I giganti dei mari – balene, delfini e squali, tra gli altri – sono ormai tutti animali a rischio di estinzione a causa dei cambiamenti climatici e, più in generale, della presenza dell’uomo negli oceani. Non parliamo quindi solo della pesca intensiva e delle sue conseguenze, ma anche dell’inquinamento e della presenza di microplastiche.

Le acque più calde hanno un forte impatto sulla sopravvivenza dei microrganismi di cui si nutrono i pesci e rendono più difficile sia la riproduzione che la ricerca di cibo. A ciò si aggiunge anche la progressiva acidificazione delle acque (la produzione di acido carbonico dovuta all’assorbimento di CO2 da parte degli oceani) per non parlare della pesca non sostenibile (se non proprio illegale) che mette ulteriormente in pericolo la fauna marittima.

Quindi, non solo la popolazione mondiale è destinata ad aumentare, ma le riserve ittiche del pianeta sono addirittura destinate a diminuire: come fare per non condannare la vita negli oceani a morte certa?

Se negli anni Sessanta venivano mangiati in media 9 chili di pesce all’anno (pro capite), oggi ne mangiamo 20,2. Nelle zone costiere un tempo il pesce era considerato un alimento povero, mentre oggi il suo prezzo elevato lo rende un alimento elitiario.

Esistono delle regolamentazioni mondiali create appositamente per evitare queste situazioni ma, dati gli scarsi effetti, è palese come non trovino sempre il consenso dei pescatori. Il concetto di Overfishing nasce proprio dal non rispetto delle quantità e delle tempistiche previste per la cattura di ogni specie. Non parliamo poi della pesca illegale che comporta gravi danni al nostro ecosistema per scopi alimentari minimi come, ad esempio, quello delle pinne di squalo.

 Gli unici ad avere un diretto controllo su questi eventi sono i governi, che devono porre fine alla concessione di sussidi che sostengono metodi di pesca insostenibili e dannosi per gli oceani. Finora quella della pesca è stata una versa e propria lobby, che ha agito in maniera indisturbata nei nostri mari finora, garantendo pesce fresco (e surgelato) comodamente alla portata di tutti – grazie all’appoggio degli enti governativi.

Dove i governi non arrivano, cercano di compensare gli enti no-profit come Global Fishing Watch, che monitora i grandi pescherecci e segue i loro itinerari nei mari e negli oceani, per cercare di prevenire l’estinzione di più specie ittiche possibile.

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