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Petrolio in crisi per il Covid-19: e se fosse un’opportunità?

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Lunedì nero: il 20 aprile verrà ricordato con questa definizione che si legherà per sempre alla quotazione del petrolio che, per la prima volta nella storia, è scesa sotto lo zero. Un evento da prima pagina, inaspettato in una società così dipendente e abituata a calibrare il prezzo di molti beni sul prezzo dell’oro nero.

Le settimane nere del petrolio

Per spiegare la profonda crisi dell’industria petrolifera che ha portato a questa notizia sconvolgente bisogna muovere lo sguardo indietro rispetto al sopracitato lunedì nero. La pandemia di Covid-19 ha inevitabilmente fatto crollare la domanda di petrolio mondiale: la Cina, seconda consumatrice al mondo, è stata la prima a entrare in lockdown fermando gran parte del traffico su strada e aereo, seguita a ruota da pressoché tutti gli altri paesi nel mondo. Secondo alcune stime, se nel mondo ogni giorno vengono richiesti circa 100 milioni di barili di petrolio, durante il mese di aprile circa 20-25 milioni di barili in meno: nella terribile crisi del 2009 il calo fu di poco più di un milione di barili al giorno.

Impossibile scindere petrolio e lotta geopolitica nel mondo attuale
Photo by Martin Adams on Unsplash

Oltre alla contrazione della domanda, comunque la principale ragione, l’altro fattore che ha causato lo shock è legato a lotte geopolitiche. Da tempo, infatti, il cartello petrolifero conosciuto come OPEC+ (che riunisce l’OPEC, l’associazione dei paesi produttori di petrolio di Sudamerica, Africa e Medio Oriente, e la Russia) aspettava il momento propizio per contrastare la potenza americana. Il mancato taglio alle loro produzioni (frutto, a dire la verirà, anche di dissidi interni) ha inondato, letteralmente, il mercato di petrolio provocando una più grave crisi negli Stati Uniti dove i costi per l’estrazione sono molto maggiori e affidati ai privati (mentre nei paesi dell’OPEC+ controllano tutto a livello statale).

Ed ecco così brevemente spiegate l’origine e la varie cause del funesto lunedì nero: quando, per la prima volta nella storia, i produttori di petrolio sono stati disposti a pagare pur di liberarsi del greggio in eccesso, per farlo stoccare in enormi cisterne. Anche perché blocco improvviso e totale dell’attività di estrazione non è un’ipotesi percorribile per molti produttori perché chiudere un pozzo di petrolio non è un procedimento semplice né economico in vista di una possibile riapertura

Petrolio, oltre la crisi: verso le energie rinnovabili?

Nonostante la pandemia sia ancora pienamente in corso, già si pensa al futuro, a un mondo senza il virus. Da più parti si auspica che la pandemia possa divenire una cesura nel nostro modo di rapportarci all’ambiente e alle sue risorse. E in questo senso una delle partite fondamentale è rappresentata dal futuro del petrolio e delle energie rinnovabili.

Nei prossimi mesi, quando le misure saranno allentate, è possibile prevedere una crescita nella domanda di petrolio sia perché i prezzi si saranno abbassati, sia perché dopo crisi di tali proporzioni è quasi fisiologico prevedere un aumento delle emissioni per stimolare la ripresa delle attività. Ma, nel medio e lungo periodo, bisogna prevedere della misure più strutturali, proprio perché alcuni elementi di questa crisi (come le limitazioni agli spostamenti) rischiano di diventare strutturali.

E se fosse il momento di sostituire il petrolio con altre fonti di energia?
Photo by Karsten Würth on Unsplash

Alcuni previsioni mostrano che le emissioni mondiali di carbonio da combustibili fossili dovrebbero calare circa del 5% nel 2020; questo principalmente a causa del lockdown con cui ci siamo trovati a convivere. Ma gli studiosi avvertono che neanche questo è sufficiente per raggiungere quel taglio del 7,5% annuale alle emissioni preventivato per arrivare all’obiettivo di dimezzarle, nel 2030.

Inoltre diversi esperti di economia segnalano come il Covid-19 potrebbe aver accelerato il peak demand, il momento in cui la domanda mondiale di petrolio avrebbe toccato il picco: se prima si pensava che potesse arrivare nel prossimo decennio (qualcuno spostava il momento addirittura negli anni ’30), ora si ritiene che possa già essere arrivato. Infine i costi per la produzione di idrogeno nel prossimo decennio dovrebbero ridursi drasticamente, diventando così un’alternativa sempre più credibile.

Tutti fattori che sembrano portare verso una strada ben precisa. Ma la strada tracciata rischia di essere tutt’altro che lineare. I nodi da sciogliere per andare in questa direzione sono ancora molti. La governance globale dovrà dare una forte spinta in tal senso. La speranza è che i vari governi decidano di non gettare ancore di salvataggio dal credito illimitato ai giganti del petrolio, ma si impegnino a sfruttare questa storica coincidenza mondiale per investire nelle fonti rinnovabili e più pulite. Sia idrogeno, come detto prima, ma anche le varie altre fonti di energia rinnovabile che potrebbero essere prodotte proprio in quei paesi che più dipendono dalle esportazioni di petrolio.

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