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Plastica Monouso, il 2020 sarà l’anno della Svolta?

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Di mari e isole di plastica se ne parla sempre di più: negli ultimi anni foto e video che hanno fatto il giro del mondo ci mostrano aree oceaniche invase da veri e propri banchi di materiale plastico che fatica terribilmente a biodegradarsi. Il problema peraltro non riguarda solo parti delle terre non emerse nelle quali mai ci sogneremo di andare in villeggiatura, ma affligge corsi d’acqua di estrema importanza in giro per il mondo; e neanche in Italia possiamo dirci al sicuro: i nostri fiumi e i nostri mari (anche quelli in zone che, in teoria, dovrebbero essere più protette) sono inquinati dagli sversamenti di microplastiche.

Di recente alcuni studi hanno dimostrato che le microplastiche presenti sul fondo dell’oceano sono notevolmente sottostimate. Le ricerche condotte dal Plymouth Marine Laboratory utilizzando reti con maglie più sottili rispetto a quelle consuete hanno notato come la stima delle quantità di particelle disperse in acqua cresca considerevolmente, fino a 2-3 volte tanto. In alcune zone, i ricercatori lanciano l’allarme, ci sono più microplastiche rispetto allo zooplancton: il rischio, va da sé, è che i pesci ingeriscano queste particelle con tutte le nefaste conseguenze del caso.

Un cumulo di plastica
Gran parte della plastica che viene utilizzata non viene riciclata e spesso è dispersa in natura
Photo by Brian Yurasits on Unsplash

Bottiglie e buste di plastica: la lotta al monouso

La causa di questo inquinamento marino va ricercata nel larghissimo uso di plastica praticamente a ogni latitudine. Un inquinamento che rischia di crescere a causa del coronavirus che costringe a utilizzare prodotti plastici monouso (come le mascherine) e imballaggi di plastica per gli stessi. Ma negli Stati Uniti, colpiti come nessun paese al mondo (almeno secondo i dati ufficiali) dalla pandemia e diviso da violente ondate di protesta, qualcosa per ridurre la produzione e soprattutto il consumo della plastica si muove.

Partendo da realtà locali, alcuni gruppi di ambientalisti hanno proposto, e in diversi casi ottenuto, dei ban statali alle buste di plastica monouso. A gennaio 8 stati avevano implementato, o erano in procinto di, leggi in tale direzione. Anche se quasi il doppio, 14 stati, avevano, e conservano tutt’ora, una legislazione che invece impedisce simili ban. Ma risultati ottenuti in alcuni stati importanti come New York e California avevano fatto ben sperare e vedere nel 2020 un possibile anno di svolta dal punto di vista ambientale.

Ma il coronavirus ha inferto un brutto colpo d’arresto anche a queste battaglie. Sempre di più, infatti, nella percezione comune, buste e imballaggi di plastica vengono visti associati a maggiore igiene e a maggiore sicurezza dal virus. E così a San Francisco a marzo addirittura c’è un divieto esplicito verso le buste riciclabili e riutilizzabili per motivi sanitari, il tutta la California viene sospeso il ban di cui si parlava sopra e a Chicago si allenta la plastic-bag tax. L’obbiettivo degli ambientalisti si sposta così verso il 2022.

Una lattina di plastica gettata a terra
Quando ci libereremo delle lattina di plastica?
Photo by Brian Yurasits on Unsplash

Un’altra prospettiva interessante che si apre, però, viene dall’Europa dove l’azienda olandese Avantium sta preparando un progetto per tentare di produrre bottiglie e lattine non da combustibili fossili, ma da zuccheri vegetali. Un progetto che ha attratto sostenitori importanti come la Carlsberg, la Coca Cola e la Danone pronte a investire su prodotti meno inquinanti per l’ambiente. Secondo le previsioni di Avantium nel 2023 potremo vedere le prime lattine, adatte a contenere bibite gassate, non prodotte in plastica.

La battaglia sulla plastica che servirebbe in Italia

Altri paesi e altre aziende si stanno mobilitando ben prima di noi (come succede spesso); eppure il problema dell’inquinamento da plastica dovrebbe essere un faro guida nelle scelte politiche. Secondo un rapporto del WWF produciamo pro capite circa 64 kg di rifiuti plastici all’anno, di cui solo 16 kg vengono riciclati, 7 kg in media sono dispersi in natura.

L’inquinamento da plastica, si calcola, porta a perdite annue pari a circa 67 milioni di euro: l’impatto più grave è sull’industria del turismo (quella che ora viene additata come possibile traino economico dell’Italia) che si deve sobbarcare i soldi delle bonifiche e delle pulizie. Lo stesso rapporto mette al primo posto, ovviamente, la necessità di avviare politiche serie di riciclo che porterebbero non pochi benefici ambientali ed economici.

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