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Vitamina D, cosa c’è da sapere in 4 punti

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Sir Edward Mellanby potrebbe essere un nome sconosciuto ai più, ma a lui viene attribuita la scoperta della vitamina D. Tra il 1913 e il 1920, infatti, mentre era professore al Queen Elizabeth College di Londra (il distaccamento femminile del King’s College), le sue ricerche si concentrarono sullo studio del rachitismo. E nel 1919, nel corso di esperimenti su dei cani, riuscì a dimostrare come questa patologia potesse essere frutto di alcune mancanze nella dieta.

Sempre nello stesso periodo diversi altri studiosi come l’americano Alfred Fabian Hess e il prussiano Kurt Huldschinsky evidenziarono come l’esposizione ai raggi ultravioletti o alla luce solare potesse giovare i bambini affetti da rachitismo.

Due bambini che giocano su un prato
Photo by Pexels on Pixabay

Vitamina D, come e dove si trova

Dalle pionieristiche ricerche descritte poco sopra si arrivò negli anni successivi a determinarne la struttura chimica. Innanzitutto è bene precisare che quando si parla di vitamina D si fa riferimento generalmente a due differenti molecole: la vitamina D2, chiamata anche ergocalciferolo e la vitamina D3 chiamata anche colecalciferolo. La prima è quella meno presente in natura: è di origine vegetale e può essere reperita principalmente nei funghi.

La vitamina D3 è invece di gran lunga quella che si assume più frequentemente perché può essere prodotta dalla nostra pelle quando è esposta ai raggi ultravioletti (per questo motivo viene anche chiamata la vitamina del sole) o può essere assorbita attraverso l’assunzione di vari cibi come salmone, aringa, fegato animale, tuorlo d’uovo, il latte e lo yogurt grassi.

Delle persone sulla spiaggia che prendono il sole
Alle nostre latitudini, la quantità di luce solare richiesta per la sintesi di vitamina D è relativamente poca: perciò in estate è importante esporsi (anche qualche minuto) al sole per garantire un’adeguata sintesi cutanea di vitamina D (e fare scorta per l’inverno).
Photo by Ferran Feixas on Unsplash

A cosa serve la vitamina D

I benefici della vitamina D sono molteplici e gli studi condotti sugli effetti benefici hanno spesso sottolineato, in maniera complementare, i gravi problemi dovuti alla carenza di questa stessa vitamina. Secondo le linee guida dell’EFSA (agenzia europea per la sicurezza alimentare) l’assunzione di vitamina D dovrebbe essere di circa 15 microgrammi al giorno (per i bambini dai 7 agli 11 mesi questo valore scende a circa 10 microgrammi al giorno).

Il principale beneficio consiste nella corretta mineralizzazione delle ossa e dei denti durante la crescita mantenendo quindi la loro salute durante tutto il corso della vita. La carenza della vitamina D può portare invece proprio al rachitismo e all’osteoporosi con un conseguente aumento di probabilità di andare incontro a fratture o dolori articolari.

La vitamina D può essere molto utile alle donne in gravidanza: serve a rafforzare la placenta stimolando la produzione di proteine adatte allo scopo; inoltre, diminuisce le probabilità di contrarre infezioni che possono aumentare le complicanze nel parto o farlo avvenire prematuramente. Studi più recenti, infine, dimostrano come ci siano dei collegamenti tra forme più aggressive di cancro alla prostata e carenza di vitamina D.

Integratori di vitamina D: una lunga storia

Il primo integratore ante litteram fu il famigerato olio di fegato di merluzzo, dispensato a cucchiai e già chiamato in causa da Edward Mallenby. Ma poi la ricerca scientifica si è interrogata sviluppando teorie su quale quantità di vitamina D serva nel sangue e quanto servano gli integratori. La disputa si è particolarmente accesa nel corso dell’ultimo decennio quando, la National Academy of Medicine americana ha pubblicato una ricerca sostenendo che una quantità di 20 nanogrammi per millilitro è sufficiente per un corretto funzionamento dell’organismo.

Ma pochi anni dopo, Michael Holick, autorità in materia, alzò a 30 nanogrammi per millilitro la quantità necessaria. Il suo studio, pubblicato su una delle riviste di riferimento per i medici di base americane, ebbe come conseguenza la crescita esponenziale del mercato degli integratori con lo stesso Holick che divenne consulente di molte case farmaceutiche.

Un giro di affari incontrollabile e incontrollato che ha suscitato sospetti sull’effettiva validità di queste teorie. E, nel corso degli anni, le posizioni di Holick e dei suoi sostenitori sono state, se non completamente smentite, quantomeno ridimensionate.

Una pillola di vitamina D
Pillole di vitamina D
Photo by Michele Blackwell on Unsplash

Nel gennaio 2019 il New England Journal of Medicine ha pubblicato un dettagliatissimo studio in cui si verificava come non ci fossero differenze tra le persone che assumevano quantità supplementari di vitamina D e quelle che non ne assumevano. Anche qua in Italia (come da comunicato dell’Agenzia italiana del farmaco) la tendenza è stata di tornare alle cifre del primo studio della National Academy of Medicine (20 nanogrammi per millilitro) come asticella sotto la quale poter prescrivere farmaci integrativi.

La vitamina D aiuta contro il coronavirus?

Tra i tanti studi fatti, nel corso della pandemia, per conoscere, comprendere e combattere al meglio il virus, un’ipotesi avanzata verso la fine di marzo da due professori torinesi ha fatto parlare di sé: Giancarlo Isaia ed Enzo Medico hanno infatti proposto l’assunzione di vitamina D come mezzo per ridurre i fattori di rischio. La ricerca, però, ha avuto una risonanza mediatica oltre il dovuto con la conseguente banalizzazione del messaggio. Non è al momento dimostrato nessun legame tra la vitamina D e una riduzione del rischio da coronavirus.

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